Del convegno organizzato ieri sulla riforma elettorale hanno parlato e stanno parlando in molti, quasi tutti trascinati da una fascinazione forse non troppo distante dalla realtà. Ad alimentare le attenzioni c’erano i due relatori principali, Fini e Veltroni, da più parti indicati come futuri leaders delle traballanti coalizioni del bipolarismo italiano; loro si schermiscono ed effettivamente le rispettive strade sono tutt’altro che spianate, ma è innegabile che per entrambi quello di ieri non è stata solo un confronto sul contigente.
Complice anche il tema principale dell’incontro (è noto infatti come in Italia la legge elettorale sia diventato lo strumento principe per imprimere svolte al quadro politico) i due sono andati oltre il rinnovare il loro proverbiale amore per il bipolarismo e per la cosiddetta democrazia dell’alternanza, provando a riempieri queste categorie di qualche contenuto e accennando l’orizzonte di un bipolarismo possibile che suona come una critica pesante al sistema politico italiano.
Sul terreno delle prospettive politiche il campo più sgombero sembra averlo comunque Veltroni, che con la ritirata strategica sulla poltrona di primo cittadino della capitale si è tolto dalle secche della politica parlamentare senza però rinunciare alla ribalta di quella nazionale; questa carta poi, va detto, se l’è giocata discretamente bene (a differenza di Cofferati per esempio), tanto che per il molti il veltronismo ha una carica attrattiva alla quale pare difficile resistere. Come fosse il futuro inevitabile dell’unionismo o, ancora meglio, l’occasione mancata per il presente.
Intendiamoci, Veltroni è un social-liberista, propone un modello politico-elettorale (il Sindaco d’Italia) che accentra enormemente i poteri (non a caso ieri ricordava che il vero rischio per la politica italiana è la frammentazione e non l’eccesso di potere) e garantisce stabilità all’omologazione della politica, ma ha dato sfoggio anche di un ecumenismo che non va sottovalutato. Rispetto ai movimenti sociali infatti, il Sindaco di Roma recepisce ben poche delle istanze che questi portano avanti, ma salva spesso la forma e soprattutto lascia aperto il campo per esprimere politica conflittuale; porta una pratica avvolgente, molto vicina a quella della sinistra democratica americana, che concede poco in termini di orientamenti politici di fondo, ma lascia spazio ai soggetti extraistituzionali per agire da gruppo di pressione (e da questo punto di vista l’agire di molti movimenti si sta davvero americanizzando).
Ieri, tanto per dirne una, Veltroni è intervenuto in modo risolutivo anche rispetto allo sgombero lampo di ESC, essegnando definitivamente lo spazio agli occupanti e dichiarando a commento:
Confermiamo così la scelta di fondo del governo comunale che rispetta e sostiene progetti sociali e culturali utili alla crescita dell’intera comunità.
Lo chiamavano Laboratorio Roma… e la mente corre immediatamente al Sindaco sceriffo di Bologna che sgombera lo sgomberabile.
Certo non si può dar niente per scontato e muoversi nel contesto politico nazionale è infinitamente più complesso che fare il Sindaco di Roma, ma se le premesse sono queste rischiamo davvero di trovarci con una sinistra completamente irretita dal fascino discreto del veltronismo.








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